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Dal 2017 si svolge in Italia la Biennale della Prossimità, un percorso partecipato che culmina in un evento che si tiene ogni due anni in una diversa città italiana. È un prodotto collettivo, frutto del lavoro di promotori nazionali, comitato locale, aderenti.

La Biennale è un’esperienza fatta di incontri, di scambi e soprattutto di crescita di un sentire comune intorno alla parola prossimità. Più che un evento di eventi, Biennale della Prossimità è un cantiere di crescita collettiva per le organizzazioni e per le persone che si incontrano.

La sfida:

La Biennale culmina con una tre giorni, ma di fatto sviluppa legami e progettazione condivisa permanenti, e ha consolidato un area ricerca con il lancio del primo Osservatorio nazionale dedicato alla prossimità. L’Osservatorio indaga a cadenze periodiche, con strumenti di ricerca qualitativa e quantitativa, l’evoluzione della prossimità in Italia, intesa come modello di intervento caratterizzato da azioni e processi generati da persone, gruppi informali, organizzazioni che si uniscono intenzionalmente collaborando per rispondere in modo concreto e condiviso ad un desiderio espresso da un contesto territoriale specifico, attivando reciprocità e beni relazionali.

La quarta edizione dell’Osservatorio è stata centrata sugli aspetti trasformativi, ovvero sui cambiamenti generati dalle pratiche di prossimità. Non esiste ad oggi nessun approfondimento legato a questi aspetti, l’obiettivo della ricerca era dunque esplorare l’aspetto del cambiamento e degli effetti indotti dalle attività.

 

Freccia giù

La soluzione:

Per il raggiungimento degli obiettivi conoscitivi è stato utilizzato l’approccio metodologico della teoria del cambiamento con l’emersione degli aspetti qualitativi, quantitativi e monetari e la pubblicazione dl primo indice SROI dedicato alle iniziative di prossimità

La testimonianza:

Tra gli aspetti più ricorrenti e originali emersi in fase di rilettura e decodifica, si riporta la capacità di “stimolare domande nel beneficiario” ovvero un atteggiamento proattivo e non di semplice delega sul bisogno, la possibilità di ritrovare utilità sociale e un proprio ruolo nel contesto di vita, “nel non sentirsi più marginali”; l’attivazione di una modalità di apprendimento condivisa, “non c’è uno che sa e l’altro che impara, è un imparare insieme”; il superamento dei confini tra chi aiuta e chi è aiutato, con l’affermazione di “un’orizzontalità nella relazione”; la trasformazione della “prossimità in possibilità”, attivando un processo di capacitazione che si autoalimenta grazie alla presenza di diversità; l’incremento della partecipazione dal basso; “la trasformazione di una percezione di impossibilità” dovuta al sentirsi schiacciati da un senso di impotenza, in un senso di possibilità animato da ritrovati desiderio e fiducia; e ancora la valorizzazione del luogo, le sedi delle attività e il quartiere, “non come accessorio ma funzionale al risultato”; il riconoscimento della bellezza delle cose che si fanno “perché ci fanno bene e ci piacciono”.

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